Quell'artista della vita




L’attico in cui ha vissuto a Minusio con la moglie Leila, un grande appartamento affacciato sul Verbano, con una terrazza sospesa sul lago, è una vera e propria pinacoteca. Ogni muro è un piccolo museo. E c’era una cosa che Raimondo Rezzonico amava fare quando in casa sua arrivavano importanti critici d’arte ad ammirare la splendida collezione di autoritratti e di pittori del Novecento italiano: mostrava loro un quadretto senza firma e senza data, uno scorcio di vicolo con alcune case dipinte con colori vivaci e tratti essenziali. Ai critici diceva: “L’ho comprato perché mi piaceva, ma non ho la più pallida idea di chi l’abbia dipinto. Potete dirmi qualcosa?”. E loro, i critici, un po’ imbarazzati, rispondevano: “Difficile attribuirlo con precisione a un pittore. Di sicuro però è opera di un signor pittore”. A quel punto, Raimondo svelava il suo segreto: “L’ho fatto io a sedici anni. È la casa dove abitavo allora”.
La passione per l’arte Rezzonico l’ha sempre avuta e coltivata. Ha investito un patrimonio in quadri, ma non solo in quadri. Un giorno - era in vacanza in Thailandia - è entrato in un negozio di antiquariato e s’è innamorato di un enorme Budda birmano del Settecento scolpito nel legno in grandezza naturale. Al negoziante ha detto senza esitazioni: “Lo compro, me lo mandi a casa”. E il negoziante: “Purtroppo non siamo organizzati per spedizioni internazionali”. Raimondo Rezzonico non si è dato per vinto. Lui quel Budda dorato, che oggi si erge in tutta la sua bellezza nell’attico di Minusio, lo voleva a tutti i costi. Così è andato in un vicino negozio di onoranze funebri, ha comprato una bara e ha detto all’antiquario: “Lo spediremo così”.
Una passione per l’arte coltivata negli anni - accanto a quella più frivola per il Milan, la squadra del suo cuore - che lo ha portato ad essere tra i padri del Festival del film di Locarno. Ma anche a esercitarsi nel canto: “Quand’ero bambino – ricordava – mi chiamavano ‘il piccolo Caruso’. Avevo una voce molto potente, ma a me piaceva la musica leggera e non la lirica”. Con le sue sorelle mise così in piedi un trio di canto e fece parte dell’Orchestra Radiosa. Cantando canzonette.
Poi, negli anni seguenti, mise la sua voce a disposizione della radio: divenne annunciatore all’allora Radio Monte Ceneri e poi radiocronista di calcio e di altri sport. A Roma frequentò corsi per lettori e cronisti radiofonici. Erano i mesi immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale. L’Italia era sotto il regime fascista e il suo professore era conosciuto come “la voce del fascismo”. “Mi diceva sempre - raccontava Rezzonico -: ‘Quando pronunci il nome del Duce al microfono, la voce deve venirti su dai coglioni!’ Ma ho poi scoperto che quell’uomo era un convinto antifascista: al termine degli annunci ufficiali voluti dal regime spegneva il microfono e faceva una sonora pernacchia, abitudine rischiosa, che poi gli costò l’esilio al confino”.
In quei mesi Rezzonico rischiò tra l’altro di fare lo scoop della sua vita: notando che nelle piazze di Roma erano stati piazzati molti altoparlanti e vivendo direttamente a contatto con la realtà del fascismo, si rese conto che l’Italia stava per entrare in guerra, con molti giorni di anticipo sulla dichiarazione ufficiale. Comunicò la notizia alla redazione di Radio Monte Ceneri, ma i dirigenti non gli credettero. Del resto, non si poteva dare una notizia di quel peso senza conferme ufficiali.
Dalla radio passò poi al giornalismo scritto e all’attività imprenditoriale. Rilevò l’azienda del suocero e rilanciò l’Eco di Locarno, gettandosi nel frattempo anima e corpo nel Festival del film, che presiedette ininterrottamente per 19 anni, fino all’edizione ’99, quando lasciò il timone a Giuseppe Buffi. Da allora Raimondo Rezzonico si è messo dietro le quinte e ha ritrovato il tempo per le sue passioni, l’arte, il Milan, i viaggi, le cravatte, di cui aveva una vasta collezione. E il tempo per la famiglia: la moglie, i figli, i nipotini, che lo chiamavano Pippo e che erano, diceva, “la più grande gioia della terza età della mia vita”.

Il Caffè - 7 ottobre 2001

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