Una persona straordinaria



di Luigi Pedrazzini, presidente del governo ticinese nell'ottobre 2001

Quanti aggettivi merita la personalità di Raimondo Rezzonico? Tanti e per lo più “forti”. Scelgo “straordinario”.
Fuori dal comune, e per questo carismatici, erano il suo carattere e il suo comportamento. In un mondo che sembra premiare gli atteggiamenti studiati a tavolino, i sorrisi di circostanza, le parole meditate, calibrate e prudenti, Rezzonico costituiva un’eccezione sempre più rara. Franco, diretto, passionale lasciava emergere i suoi sentimenti, la sua prorompente energia, i suoi giudizi sulle persone (ah... quel “pisquano”), la gioia e il malumore (che, invero, si dissolveva con grande rapidità).
Straordinari erano il suo impegno instancabile, la sua determinazione, la sua capacità di promuovere l’insieme di un progetto e di curarne ogni minimo dettaglio, sempre con entusiasmo.
Qualcuno ha detto: un imprenditore d’altri tempi. Visto quello che capita c’è da augurarsi che gli imprenditori tornino a essere come lui: magari autoritari ma capaci di decidere e assumersi le loro responsabilità.
Il suo nome resterà legato a un progetto straordinario: aver dato internazionalità al Festival del Film di Locarno.
Non ci lascia solo un grande festival, ma soprattutto la dimostrazione che è possibile anche in Ticino realizzare progetti straordinari, di respiro internazionale. Certo: non è facile. Bisogna essere come Raimondo Rezzonico, averne le capacità, la caparbietà, l’ottimismo e l’intuito (quell’intuito che gli aveva fatto capire prima di tanti altri l’importanza della comunicazione nella società moderna!).

Un manager di successo

di Marco Blaser, presidente 2R Media,
socità editrice del Caffè

La repentina scomparsa di Raimondo Rezzonico ci ha profondamente toccati. È dalle colonne di questa sua più recente creazione editoriale che voglio rendere il doveroso omaggio all’uomo, all’amico, al tenace e creativo esponente del mondo culturale, editoriale e imprenditoriale del nostro paese. Infaticabile ed esigente, promotore di idee e di iniziative è stato per tutti noi, che lo abbiamo frequentato, un esempio di vitalità e di vivacità animato da esemplari passioni ed entusiasmi. Raimondo è stato un imprenditore della vecchia guardia che “conosceva e sapeva”, capace di partecipare in prima persona ad ogni processo ideativo creativo che senza sosta promuoveva. Un manager di successo diventato un protagonista credibile e prestigioso. Proverbiale la sua volontà di ferro espressa da uno sguardo talvolta pungente incorniciato dalle caretteristiche folte sopraciglia che identificavano il suo volto evidenziando la sua incredibile carica di energia. Restio a delegare ha sempre saputo assumersi le sue responsabilità. Un padre padrone fermo e deciso, pronto all’accesa sfuriata ma anche generoso e disponibile alla riconciliazione.
Al paese ha saputo proporre una serie di iniziative di successo che gli hanno permesso di tessere importanti e significativi legami nel mondo imprenditoriale e in quelli dello spettacolo e della cultura.
gioviale e spontaneo, refrattario ai formalismi, ha dato preziosi apporti alla nostra realtà. Raimondo va pure ricordato come uno dei rari ed efficaci trapianti di un luganese nella Locarno dei locarnesi. Egli ha voluto e saputo vivere la sua vita con rara intensità senza mai lasciarsi assorbire unicamente dall’intenso lavoro quotidiano. Per lui la cultura voleva infatti anche dire coltivare rapporti umani con scrittori e soprattutto con pittori e scultori che hanno apprezzato la sua sensibilità. Amava la musica che in giovane età lo aveva visto, con le due sorelle, interprete della scena musicale leggera nella Svizzera italiana. Seguiva con interesse gli avvenimenti sportivi memore delle sue radiocronache di incontri di disco su ghiaccio al seguito dell’Ambrì-Piotta e non ha mai nascosto la sua profonda passione per il calcio segnata dall’assoluta devozione per i rossoneri del Milan. La sigla “RR”, come amava firmarsi, rimane però indissolubilmente legata al Festival del film di Locarno. Lo ha seguito dalla nascita e l’ha fatto crescere portandolo ai vertici dei valori mondiali. Ha pure quindi saputo dargli, con straordinaria cura e dedizione, la necessaria impronta manageriale consapevole che anche i progetti culturali andavano guidati e gestiti.
Ma Raimondo Rezzonico è stato principalmente un insostituibile, amorevole compagno di vita della moglie Leila, un padre affettuoso per Mailù e Giò e il tenero e giocoso “nonno Pippo” per i vivaci nipotini. Con la sua morte è in noi la consapevolezza di quanto sia stata preziosa la sua gioviale, spontanea disponibilità nel trasferire alle giovani generazioni la sua vasta esperienza. Noi dell’ultima sua covata editoriale faremo tesoro anche in futuro degli insegnamenti che ha saputo trasmetterci. Oggi diciamo addio a un uomo per il quale, come hanno voluto dire i suoi dipendenti, la vita è stata un film appassionante, un libro intelligente e un giornale interessante. Raimondo Rezzonico ci mancherà moltissimo ma l’impronta della sua carismatica personalità non svanirà.
Con un ultimo forte, affettuoso e amichevole abbraccio.



Addio e grazie
adorabile borbottone

di Lillo Alaimo, direttore del Caffè

Giorni fa, poco prima che se ne andasse per sempre, m’ha fermato all’ingresso del giornale e mi ha invitato nel suo ufficio. Ha aperto un armadio stracolmo di cose e ha tirato fuori un vecchio calendario, del 1920. È per tuo padre, glielo avevo promesso. Una classe di duri. Io, tuo padre, Enzo Biagi, mi sembra anche Agnelli e di sicuro il Papa. Ne ho mandato uno anche a lui, al Papa. Mi ha risposto, sai! Se trovo il biglietto te lo faccio avere e lo pubblichi.
Era così ogni giorno. Sempre una nuova idea, un suggerimento. Da vent’anni, da quando lo conosco e lavoro per i suoi giornali. Per Erre Erre, come lo chiamavano tutti. Un ritaglio di stampa, una fotografia, un appunto, magari una lettera vecchia di anni…
Entravo e lui era sempre lì, al bancone d’ingresso ad aprir buste, a borbottare per le eccessive spese, a sfogliare cataloghi d’arte, a far scrivere alle segretarie promemoria a caratteri sempre più grandi. Se non mi fermava, mi faceva recapitare in ufficio i suoi… “spunti”, li chiamava così. Sopra c’era scritto “Per Lillo. Interessante”. E via con una serie di punti esclamativi.
Talvolta non trovavo spazio tra le pagine del giornale, altre volte si trattava di “spunti” già vecchi. Ma lui non diceva niente, non si lamentava. Sì, sembrerà strano a chi ne conosceva il piglio, ma mi ha sempre lasciato (ci ha sempre lasciato, a suo figlio Giò e a me) massima libertà. Suggeriva, indicava, dettava anche, s’arrabbiava ma alla fine ti permetteva di fare quel che volevi.
Che posso dire di lui? Un bravo editore. Senza traumi ha subìto il passaggio dal piombo di stampa ai computer. Senza opporsi ha lasciato che l’azienda entrasse tra le insidie delle nuove tecnologie (ma cos’è ‘sto internet, ci si può guadagnare?, mi chiese anni fa). Una cosa ricordo in particolare delle tante che mi diceva al bancone d’ingresso o nel suo ufficio: la comunicazione, la pluralità d’informazione… tutte cose giuste, sacrosante! Ma vedi, il giornale è pure un’operazione commerciale. Non puoi dimenticartene, così come il direttore o il presidente del festival del film non può dimenticare che una pellicola non è solo un’opera d’arte. È anche un’operazione commerciale. Se non soprattutto, aggiungeva sorridendo.
Aveva il senso degli affari. O forse quello della concretezza, del realismo. Aveva il pregio d’essere diretto. Niente giri di parole. Talvolta era burbero ma non autoritario. Aveva autorevolezza. E questa o la si ha o non ce la si può dare.
Ha vissuto coerentemente sino alla fine. Pagando di persona ogni scelta. Così è stato l’altro giorno. Se ne è andato come aveva vissuto. Con dignità e coerenza. Passionale e terribile, umile e fiero.
L’ho chiamato al Cardiocentro la sera prima del piccolo intervento a cui si sarebbe sottoposto: ciao, non ti preoccupare. Sto benone. Son qui con i dottori, sto discutendo. Mica lascio decidere solo loro!
Addio e grazie di tutto adorabile borbottone. Ci hai dato “spunti” sino alla fine. E il tempo non potrà sbiadirli.


Un Grande uomo
di un piccolo Paese

di Dario Robbiani

Raimondo Rezzonico era un grande uomo poiché si occupava delle piccole cose. Anche di sistemare le sedie in piazza per il festival del film e di organizzare spettacoli teatrali popolari.
Ci teneva al Tepsi, il club per la promozione della cultura e del teatro popolare della Svizzera italiana e dell’Insubria. Difendeva il carattere transfrontaliero dell’iniziativa: non il dialetto per distinguersi dai “taglian”, ma per riscoprire e mantenere le comuni radici lombarde e piemontesi.
Si era impegnato nell’allestimento del concorso Quirino Rossi, il mitico interprete della Domenica Popolare della Radio svizzera. Del resto, Raimondo Rezzonico aveva iniziato la carriera professionale come speaker, cronista sportivo e cantante di quella che era Radio Monteceneri. È stato il pioniere dei presentatori della Tsi, con “L’appuntamento”, il primo spettacolo televisivo in esterno, dal vivo e tra la gente.
E stato lui a volere per il concorso Quirino Rossi delle recite itineranti, a Locarno, a Lugano, a Bellinzona e a Chiasso. Per lui il Ceneri era una galleria che unisce non un monte che divide. Il suo mondo non aveva confini. Era svizzero e italiano, ossia europeo, cittadino dell’ Europa delle genti e delle regioni non unicamente d’un mercato comune.
La sua cultura sconfinava. I suoi giornali, si chiamassero L’Eco di Locarno, Südschweiz o Tessiner-Zeitung, hanno sempre avuto un respiro extraprovinciale. Il Caffè è frutto della collaborazione tra ticinesi, svizzeritedeschi e romandi. Ed era orgoglioso del taglio federale del domenicale...
Giornalista (era la professione che dichiarava con vanto), editore, impresario di spettacoli , operatore e divulgatore culturale (non si schernì di parlare in dialetto nella Ciciarada di Teleticino), collezionista d’arte, vanta una delle più prestigiose collezioni private di quadri, e stava riconvertendo le tele del settecento e dell’ottecento in una collezione di autoritratti d’autore, Raimondo Rezzonico ha lasciato il segno.
Attivo, fino all’ultimo, ha redatto e stampato la locandina del concorso teatrale, ha prepoarato una memoria sull’attività della Tepsi per raccogliere nuove adesioni e sostegni finaziari. Dinamico e appassionato, creativo e produttivo, non fu solo uomo d’azione, fu uomo di cuore.
Sensibile e generoso. Ciò che lo contraddistingueva, il cuore, ha ceduto. Ma quando si opera col cuore, la morte diventa un semplice fatto biologico e anagrafico, si continua a vivere in modo diverso, nei ricordi. Perciò Raimondo Rezzonico è qui, a teatro, a ricordarci il motto dei professionisti dell’intrattenimento: “Lo spettacolo continua”.
Con il sorriso e il buon umore di sempre, si divertirebbe sapendo che la commedia messa in scena a Locarno parla di Giocondo e quella in programma a Lugano dell’eredità.
Perciò su il sipario, per rendere omaggio al grande uomo d’un piccolo paese, che fece cose molto serie senza tralasciare di sorridere.

‘Pisquano, Ti Chiamerò
Frate Spirituale’

di Padre Callisto Caldelari

Avevo preparato e consegnato un’altra etic(hett)a, quando Raimondo si sentì male e ho seguito ora per ora coi suoi familiari il suo aggravarsi. Ho già scritto su Raimondo in questa rubrica, quando lasciò la presidenza del Festival, ma quello era una etic(hett)a che sottolineava un aspetto della sua poliedrica personalità. Ora chi scrive è l’amico, il confidente, quello che lui – quando doveva presentarmi a qualche ecclesiastico - chiamava il suo “frate spirituale”, perché mi disse una volta – “Pisquano, non posso chiamarti ‘padre spirituale’ perché sei più giovane di me”. Questo era Raimondo, amico affettuoso, uomo di grandi doti e di più grande cuore. Questa ampiezza si manifestava nella generosità e nella dedizione per chi lui sentiva vicino.
La mia vicinanza con lui iniziò nel 1979 quando arrivai alla Madonna del Sasso. C’erano i lavori di restauro di tutto il complesso che andavano a rilento, mentre la data del quinto centenario (1980) era alle porte. E c’era un mio sogno impossibile. Quello di restaurare la vecchia “Casa del Padre”, l’antico conventino per raccogliere i cimeli storici, le artistiche suppellettili sane, gli ex voto migliori in un museo, ma per far questo ci volevano tanti soldi e una forza di volontà eccezionale.
Cercavo una persona che mi aiutasse a raccogliere i primi e mettesse a disposizione la seconda.
Conoscendo Giò entrai in contatto con suo padre. Nacque fra noi un’intensa, immediata amicizia, che si manifestò subito nell’entusiastica approvazione del mio progetto. Costituimmo una commissione. Raimondo divenne il presidente, scrisse a tutti i municipi del Locarnese che sussidiarono l’opera.Si aprì così il Museo nella Casa del Padre, ma certamente si rafforzò in quell’occasione il suo affetto verso la Madonna del Sasso invocata a tutti i Festival quale celeste parapioggia.A museo aperto Raimondo diede il tocco finale, ripose al santuario la statua de “Il frate” del Manzù. Quando la consegnò mi disse: “Ti assomiglia”.
Allora, ma soprattutto ora, gli dissi – e gli dico – “Grazie Raimondo".

M’ha insegnato a vedere
il bicchiere mezzo pieno

di Giò Rezzonico

Mi sono chiesto a lungo se mancare questa domenica a questo appuntamento. Di che cosa scrivere? I colleghi avevano preparato una versione della pagina senza "Fuori dal coro". La scelta del tema, purtroppo, si impone, se rimango fedele al mio impegno di essere sincero e vero, di parlare in questa rubrica come se parlassi a me stesso. Forse hanno ragione mia moglie e i miei figli a rendermi attento a non trasformare questo appuntamento in un diario. Ma io, d'altra parte, sono stufo di una società che assegna a ciascuno il suo ruolo e chiede di seguire un copione determinato. Se lo si accetta, si perde l'autenticità, la spontaneità. Meglio essere se stessi nel bene e nel male. Almeno si fa capire che dietro c'è un uomo, con i suoi pregi e i suoi difetti.
La forza di essere se stessi nel bene e nel male, è una delle eredità più gradite che ho ricevuto da mio padre. Noi due eravamo differenti, la pensavamo diversamente su molte cose, ma avevamo quest'intesa di fondo: cercavamo di essere, ognuno dei due, fedeli a noi stessi. Il rispetto di questo principio ci aiutava ad affrontare i contrasti.
Ognuno di noi gestiva i suoi compiti a modo suo. E i modi erano diversi, ma sorretti da un rispetto reciproco e da questo accordo: nessuno di noi due chiedeva all'altro di essere quello che non era. Questo ci ha aiutati a lavorare assieme avendo pochi litigi. Certo, non era facile, perché lui aveva una personalità molto forte, era ostinato. Le querce, si sa, rischiano di fare ombra ai piccoli alberi che crescono accanto. Essere figli di Raimondo, Pippo come lo chiamavamo noi in famiglia, non è stato facile. Lui, come forse tutti noi, era come il buon vino, che invecchiando esalta i suoi valori. Certi lati del suo carattere, quando io ero piccolo, erano ancora aspri. I miei figli li hanno conosciuti al meglio nella loro maturità.
Un altro valore ricevuto da mio padre mi ha indotto a non mancare questo appuntamento nemmeno oggi: il valore del lavoro. Da ragazzo me lo ha trasmesso in modo forse eccessivo, ostinato. Per lui il lavoro, anche se non avrebbe mai usato queste parole, era un impegno sociale. Il Festival, in questo senso, è stato il suo capolavoro. Ha accettato la presidenza pochi anni dopo che io ero entrato in azienda. Forse per lasciarmi più spazio e per avere un altro obiettivo verso cui riversare la sua grande energia.
La più grande eredità che ho ricevuto da lui, è però quella dell'ottimismo. Il suo motto era: solo alla morte non c'è rimedio. A tutto il resto sì. Da lui ho imparato che di fronte a un bicchiere colmo a metà, bisogna guardare alla parte mezza piena e non a quella mezza vuota. Lo stesso con le persone: bisogna apprezzare e valorizzare i pregi, non lamentarsi per i loro difetti. Lui, spesso, i lati negativi, i difetti non voleva nemmeno vederli. Io credo sia giusto esserne consapevoli, ma lo irritava quando glielo facevo notare. Questo suo atteggiamento di voler vedere a tutti i costi solo gli aspetti positivi, gli ha procurato alcune fregature, ma gli ha dato quella carica, quel carisma per cui era amato da tante persone. Me ne sto rendendo conto in questi giorni.

La concretezza
di un imprenditore

di Giorgio Carrion

Tante volte, anche su queste brevi note, abbiamo scritto frasi come economia globale… mercati interconnessi… primato della finanza… Poi un imprenditore ci lascia per sempre e l’economia, per un attimo, torna a sembrarci piccina, piccina, laterale a qualsiasi discorso. Ma a pensarci bene non è così.
Con Raimondo Rezzonico scompare non solo l’uomo il cui spessore culturale e civile tutti hanno conosciuto, ma anche un piccolo, grande imprenditore. Uno di quelli imprenditori che costituiscono la spina dorsale di questo come di tanti altri paesi. Perché su un punto non ci sono dubbi: il mercato globale sarà anche dominato da grandi gruppi, ma chi giorno per giorno costruisce il futuro della nazione sono i milioni di imprenditori come Raimondo e Giò Rezzonico. Famiglia e azienda. Quanto se ne sono dette su questo binomio…: “È finito il capitalismo familiare…”, “è l’era delle holding…”, “viviamo nell’economia virtuale…”. Virtuale? I piccoli e medi imprenditori non conoscono il significato della parola virtuale. Perché alla fine dell’anno i conti devono tornare, perché i fornitori, i dipendenti, devono essere pagati. Perché fare impresa costa fatica, sacrifici, coraggio e grandi virtù… altro che virtuale.
La vita di Raimondo Rezzonico ci ricorda anche questo: che nell’impresa familiare la simbiosi tra progetto e realtà, tra pensare e fare, è totale. Le grandi imprese sono sempre state costruite da grandi uomini (colti) che spesso avevano con sé grandi famiglie, come i Ford o gli Agnelli. Nell’universo delle piccole e medie imprese ticinesi le famiglie d’imprenditori giunte alla terza ed anche alla quarta generazione, sono decine. Se si calcolasse il reddito prodotto da queste dinastie in termini di salari e indotto si scriverebbero tante cifre a nove zeri. L’economia familiare, dunque, non è morta. Anzi, è viva e dirà ancora molto, purchè ci sia qualcuno - per esempio lo Stato e le banche - che ci creda.
Qualche sabato fa entrando in redazione il signor Raimondo ci gratificò di un’osservazione: si discusse della crisi delle borse e condividemmo un punto di vista. Poi aggiunse: “Parliamo delle borse, ma non ci dimentichiamo di parlare dell’elettricista o dell’idraulico”.
Questa frase non l’abbiamo dimenticata.
Anzi, vogliamo fare un patto: stia certo signor Raimondo, della fatica e del lavoro dei piccoli artigiani, dei commercianti con una sola vetrina, dei falegnami e dei pittori, dei fabbri e delle casalinghe parleremo. Con interesse, con rispetto. Sempre.

Il Caffè, 7 ottobre 2001

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